A chi appartiene la grotta di san Michele?

Esaminare i documenti per ristabilire la verità storica

Dott. Antonio Franco Pillole di storia minervinese
Minervino - giovedì 26 maggio 2022
Grotta di san Michele
Grotta di san Michele © Rocco Rizzi

Qualche anno fa il vescovo di Andria mons. Raffaele Calabro (f.m.) inviò una lettera all’amministrazione comunale di Minervino, nella quale si asseriva che in diocesi non si era riusciti a trovare i titoli di proprietà della grotta di san Michele.

L’amministrazione stabilì, con apposito atto deliberativo, che la citata grotta apparteneva senz’altro alla diocesi.

Qui analizzeremo i documenti senza entrare minimamente nella scelta (sia pur non condivisibile) amministrativa.

La grotta, inizialmente intitolata al Santissimo Salvatore, fu successivamente dedicata all’arcangelo Michele e in proprietà dell’abbazia dei benedettini di Aversa.

Tanto la donazione quanto la nuova dedicazione furono probabilmente opera dei normanni che al culto micaelico ed all’abbazia benedettina erano legati.

Infatti, verso la fine dell’XI sec. i normanni Guitmondo e Guarino, fratelli ed entrambi monaci benedettini, divennero uno vescovo di Aversa e l’altro abate di san Lorenzo. Guitmondo, tra l’altro, aveva preso parte ai tanti pellegrinaggi organizzati dai militi normanni per le strade che da Mont Saint Michael in Normandia portavano a Monte sant’Angelo sul Gargano. 

Per comprendere di chi sia la proprietà della grotta bisogna far riferimento alle visite pastorali. 

Queste ultime venivano espletate dal vescovo del luogo in ossequio a quanto disposto dal Concilio di Trento (1545 – 1563), ovvero che “Gli ordinari locali siano tenuti, ogni anno, a visitare con autorità apostolica tutte le chiese, in qualsiasi modo esenti e a provvedere con gli opportuni rimedi giuridici che quelle bisognose di restauro siano riparate, e non siano affatto private né della cura delle anime, se è annessa ad esse, né degli altri servizi loro dovuti” (Sacrosanctum ConciliumTridentinum, sessio VII, caput VIII).

In base all’appena riportata disposizione il vescovo doveva procedere a visitare non solo le chiese ma ogni luogo, sia pure privato, in cui si svolgesse, anche sporadicamente, il culto divino.

Chiunque abbia dimestichezza con lo studio delle visite pastorali sa bene che il vescovo, durante la visita, se riscontrava una qualsiasi anomalia (ad es. una tovaglia logora sull’altare) impartiva le necessarie disposizioni al responsabile (parroco, beneficiario o proprietario della cappella) perché essa fosse rimossa e sostituita al più presto.

Illuminanti, per il nostro studio, sono la visita pastorale del 1728 ad opera di mons. Pacecco e quella del 1822 di mons. Bolognese.

In quella di mons. Pacecco si può notare che, prima di iniziare la visita, il Capitolo di Minervino, tra le altre notizie, elenca anche le “Chiese fuori della Città”; di queste, solo tre hanno i procuratori capitolari, cioè persone delegate dal Capitolo alla gestione della chiesa loro affidata: S. Maria del Sabato ha per procuratore un canonico; S. Maria dell’Incoronata il sig. Arcidiacono D. Francesco Borracchio; la Madonna della Croce il sig. Arciprete Massari (per quest’ultima, all’interno della visita, si legge che è “libera, et regitur a Proc[curator]e ab Illus[trissim]o et Rev[erendissim]o Cap[itul]o locali eletto et deputato”.

Nessun capitolare invece è nominato procuratore della grotta di san Michele o di altre chiese fuori città; anzi, mons. Pacecco fa annotare che essa “asseriturlibera, et ad Universitate huius Civ[itat]is spectateamde[m] [sic!] providere de supellectilibus sacris”.

Analizziamo la frase: il verbo “asseritur” ha lo stesso significato che noi diamo in italiano al verbo “asserire”, cioè “affermare, dichiarare con certezza”. Al verbo segue l’aggettivo “libera”; ciò indica che la chiesa non è legata ad alcun beneficio particolare (sia esso nobiliare o meno), non è di competenza del Capitolo di Minervino e, infine, non ha obblighi di messe. Ma allora chi deve provvedere ai suoi bisogni? Il vescovo dice che spetta all’Università (cioè al Comune) di questa Città provvedere ai suppellettili sacri, ovvero a tutti quegli oggetti necessari al culto in un tempio o in una chiesa. A questo punto si impone una domanda: “perché mons. Pacecco asserisce che spetta al Comune di Minervino dotare la grotta dei suppelittili sacri se essa è di proprietà della diocesi?”

Adesso facciamo un salto di quasi un secolo e giungiamo al 1822, allorquando mons. Bolognese, vescovo di Andria, procede alla sua visita pastorale.

In riferimento alla grotta egli dichiara che “Nullo gaudet peculiare redditus, sed Civitas Minerbini et Fidelium pietas manutenet[u]r altare, et saepe saepius ibicelebrant[u]r missae. Mandatum est publicis OfficialibusCiv[itat]is, ne unquam volum derelinquant antrum, quamvis in praesentia Comunis impensis adsit Aeremita”.

La grotta di san Michele non gode di alcuna entrata economica, ma è la Città di Minervino e la pietà dei fedeli che cura la manutenzione dell’altare, e spesso più di una volta si celebra la messa. Inoltre si ordinò (“mandatum est”) ai pubblici ufficiali della città di non lasciare l’antro nell’abbandono e per quanto è possibile lo si affidi ad una persona che si consacri come eremita.

Mons. Costanza, nel 1828, ripete le stesse parole di mons. Bolognese; e, infine, è da segnalare la visita pastorale di mons. Longobardi, il quale fa notare che gli altari della grotta sono ornati indecentemente, e perciò prescrisse che essa dovesse rimanere interdetta al culto “fino a quando il Municipio non avesse provveduto”.

Dall’analisi dei citati documenti si comprende facilmente che la grotta di san Michele non è mai stata né in proprietà e né in uso alla diocesi di Minervino e, successivamente, a quella di Andria; la gestione della grotta (in quanto proprietario) spettava al Comune di Minervino Murge mentre il culto (un paio di volte all’anno o poco più) veniva garantito dal Capitolo. 

Asserire che per il solo fatto che ogni tanto un prete di Minervino celebrasse messa nella grotta e perciò essa è di proprietà ecclesiastica è un falso ed aberrante sillogismo, sarebbe come dire che siccome il papa ogni anno officia la Via Crucis al Colosseo, “ergo” quest’ultimo è di proprietà del Vaticano.

Ma perché i due Enti hanno scelto una strada così antistoricamente tortuosa per stabilire la proprietà della grotta?

Il percorso sarebbe stato molto più semplice se Comune e Diocesi si fossero affidati a persone competenti. Infatti, sarebbe bastato fare riferimento alla “deputatio ad cultum” che si concretizza in un negozio giuridico complesso: la volontà del proprietario di destinare la grotta al culto e l’approvazione dell’autorità ecclesiastica; quest’ultima è un presupposto assolutamente necessario per la produzione del risultato voluto dalla legge, e cioè che in quel luogo vi sia l’effettivo svolgimento della libertà religiosa e che possano accedervi tutti i fedeli.  

La destinazione della grotta al culto pubblico era argomentazione più che valida per disciplinare i rapporti tra i due Enti, senza ricorrere al trasferimento di proprietà, in virtù del secondo comma dell’art. 831 C.C. che recita: “Gli edifici destinati all’esercizio pubblico del culto cattolico, anche se appartengono a privati, non possono essere sottratti alla loro destinazione neppure per effetto di alienazione, fino a che la destinazione stessa non sia cessata in conformità delle leggi che li riguardano”.

Ma, come se non bastasse, il n. 125 dell’Istruzione in materia amministrativa, approvata nella trentaduesima Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana, dichiara: “ Qualora il soggetto proprietario della chiesa sia una persona fisica o un ente civile, questi non può sottrarre l’edificio alla destinazione di culto, né può gestire direttamente il culto medesimo, dato il principio che il soggetto che celebra la liturgia può essere soltanto una comunità di fedeli in comunione con il Vescovo diocesano. Il proprietario pertanto è tenuto a concedere in uso l’edificio, a titolo di esercizio del culto, all’ente ecclesiastico destinato dal Vescovo. Le condizioni della concessione possono essere determinate mediante convenzione”.

Lascia il tuo commento
commenti
Altri articoli
Gli articoli più letti