La Murgia ai tempi degli incendi

E per salvare il bosco sacrificammo metà dei nostri pascoli per i quali quell’anno non prendemmo una lira di affitto...E non fu l’unico anno...E non c’erano aiuti...E andammo tutti via dal sud...

Michele Limongelli Mal di Murgia
Minervino - martedì 14 luglio 2020
Masseria sulla Murgia
Masseria sulla Murgia © n.c.

Leggo, sento dagli amici minervinesi di come il fuoco abbia divorato il bosco di Acquatetta. E con il pensiero sono tornato ai tempi della mia infanzia e poi giovinezza, alle grandi distese dei pascoli della nostra Murgia a est del paese, lontana da Acquatetta. La Murgia a est del paese era quella delle grandi masserie di pastorizia, Scaramaun dei Barbera, Rasc-k-tidd dei Limongelli, Savein Lieun dei Lombardi, quella dei Di Noia Marangidd, quella du Vammaceer...e tante altre. Era la Murgia dei grandi pascoli, dell’erba verde, dolce, che diventava secca, faloppa, ai primi di giugno. Acquatetta era una contrada prevalentemente destinata a culture cerealicole, grandi terre, terri fertili... ma anche lì c’erano pascoli, una zona di pascolo era denominata “U Mon-ch”, Il monaco. Questi pascoli erano l’esempio tipico della vegetazione che caratterizza la cosiddetta macchia mediterranea, erba e pochi, diradati alberi chiamati “prazzi”, alberi piccoli, con foglie caduche, che non davano frutti.

Mio padre ne fece innestare a mandorlo più di 4000 nei nostri pascoli. Le mandorle, poche e di bassa resa, si perdevano nell’erba alta e secca di agosto... Alla fine degli anni ‘40 arrivando a Minervino da Canosa, sulla sinistra, all’inizio dell’Alta Murgia potevi vedere, e lo vedi ancora, il grande bosco impiantato negli anni ‘30. Quel bosco confinava coi i nostri pascoli acquistati dai Barbera. Era delimitato da bassi muretti a secco, i cosiddetti “pareit”, per impedire l’entrata di pecore e contrastare il fuoco in caso di incendio proveniente di pascoli limitrofi. Le pecore, a differenza delle capre che sulle Murge non c’erano, non mangiavano l’erba del sottobosco perchè amara, ma la loro intrusione era multata in modo salatissimo.

In un giorno di nebbia nel 1950 alcune sfuggirono al controllo di un nostro pastore, si smarrirono nel bosco e ci fu una multa di 200 mila lire, il salario di un anno di un pastore esperto... Quando si generava un incendio, per cause che in seguito vi dico, era moralmente prioritario tagliare il fuoco lungo linee che salvassero il bosco, anche se questo comportava una perdita maggiore di pascoli privati. Non ricordo mai che sia intervenuto qualcuno dal paese. Il fuoco veniva spento dai pastori interessati, senza altro mezzo che rami spezzati ai prazzi, rami battuti sulle fiamme, poi sostituiti appena avevano perso le foglie. Lo spegnimento durava moltissime ore ed erano centinaia gli ettari di pascolo bruciato. Io in quegli anni ero bambino, ne venivo a conoscenza quando mio padre veniva in paese. Se invece ero alla masseria smettevo di raccogliere pietre per tenere puliti i sentieri e mi rifugiavo nei locali, con tanta paura ma anche con grande fiducia nell’abilità di mio padre e degli altri che sapevo impegnati nello spegnimento.

Le cause che provocavano questi incendi non erano mai dovute a intenzionalità criminali. La causa prevalente era la convinzione che a te non sarebbe successo, era l’imperizia, erano le scarse misure di prevenzione adottate. E cominciava tutto dalla necessita di bruciare le stoppie, le cosiddette “ristocce”. Le vallate delle colline murgesi, i cosiddetti “canali”, grazie al lavoro durato secoli, erano state pulite dalle grosse pietre, la terra arata e trasformata a seminativo. Si usava il metodo della rotazione, un anno grano, il successivo avena, il terzo anno legumi o maggese vergine e poi di nuovo grano... Prima di bruciare le ristocce di grano e avena si faceva la “precisa” che era un’aratura perimetrale larga poco più di un metro in modo che il fuoco non fuoriuscisse dal campo e invadesse l’erba dei pascoli. Si dava fuoco controvento in modo che la fiamma non corresse veloce, ma se il vento girava erano problemi, c’era rischio, e succedeva, che le fiamme scavalcassero la “precisa” e invadessero l’erba secca, la faloppa. Per far camminare il fuoco si usava un rastrello per trascinare la paglia bruciata e investire quella da bruciare. Era buona norma essere in più persone, ma non sempre era così. Il grosso rischio, comunque veniva da tanti piccoli appezzamenti sparsi nei pascoli, appezzamenti di 2- 3 “rasole”, un decimo di ettaro, di proprietà di vecchi “zappateur” che andavano a ardere senza aver fatto la precisa, da soli e che se vedevano che “ijev scappeet fuch”, scappavano augurandosi che nessuno risalisse a loro. Mio padre risaliva a loro, ma non serviva a niente, erano povera gente incapace di risarcire... Già. Perchè il problema in quegli anni non era un problema ecologico com’è la distruzione di un bosco, era economico. I pascoli bruciati significavano non avere cosa far mangiare alle pecore, era un’epoca che le pecore non erano allevate nelle stalle, mangiavano solo erba.

Nel periodo di questi grandi incendi erano alla “statonica”, transumanza, nelle terre della Lucania, ma a settembre, con gli agnelli appena nati, tornavano sulle Murge e non c’era quasi niente, specialmente se non era piovuto per niente. Un anno mio padre non tornò sulla nostra Murgia ma portò le pecore dalle terre della statonica nei pascoli di un amico vicino ad Acquatetta, al “Monaco”, che forse è proprio nella zona del bosco incendiato in questi giorni. Fu un autunno piovoso, era una zona dove vivevano tanti “ciamareuch”, quanti ne mangiammo... Poi ci fu il ritorno, verso fine novembre. L’erba nata dopo gli incendi è più dolce e il latte più abbondante, la natura toglie con una mano e restituisce con mezza... Nei primi anni ‘50 per cercare di sostenere la popolazione furono creati i cantieri di lavoro a 300 lire al giorno, l’equivalente di 3 chili e mezzo di pane. Nel paese si fecero le rampe coi gradini, si lastricarono, piano piano, le strade. Sulle Murge si piantarono alberi nelle terre demaniali, si forzò la natura. Molte masserie rimasero soffocate, il rischio che le pecore invadessero il bosco diventò alto. Molti pastori cessarono di esserlo, vendettero le pecore, mio padre fu uno di questi. Rese seminativi alcuni pascoli, comprò altre terre e diventò coltivatore di cereali. Io ero frattanto ero cresciuto e d’estate lo aiutavo nei campi.

In quegli anni, siamo ai primi del ‘60, andavo anch’io a “ijard”. era la cosa che più mi angustiava...la paura che il fuoco sfuggisse al controllo. Fui fortunato, non successe mai, ma...sapeste quanti ne ho spenti provocati da altri... Tutti gli anni... E mai un intervento di aiuto da enti pubblici...Solo noi a spegnere usando rami frondosi dei prazzi e, se fortunati, con qualche sacco di tela bagnato con l’acqua del cicino. Una volta mio padre valutò che il fuoco arrivava dalle parti di Carafa, aveva addirittura scavalcato la statale... Spegnemmo fuoco dal mattino a sera tardi, e sempre tagliandolo in modo che non avanzasse verso il bosco che ormai c’era dappertutto come vede chi va a Montelisciacoli... E per salvare il bosco sacrificammo metà dei nostri pascoli per i quali quell’anno non prendemmo una lira di affitto...E non fu l’unico anno...E non c’erano aiuti...E andammo tutti via dal sud...

Nella foto U IJAZZ d RASC-K-TIDD in contrada Montelisciacoli di Minervino Murge

Lascia il tuo commento
commenti
I commenti degli utenti
  • Giacinto Lombardi ha scritto il 29 agosto 2020 alle 12:48 :

    Che bell'articolo, Michele, epico e commovente. Rispondi a Giacinto Lombardi

  • carmine48 ha scritto il 14 luglio 2020 alle 17:15 :

    IL DANNO E TANTO DA RABBRIVIDIRE MA IL DIRETTORE DEL PARCO MURGIA NON SI CHIEDE COME MAI! NEGLI ANNI 60 FINO A UN DECENIO VENIVANO IMPIEGATI OPERAI PER LA PULIZIA DANDO LAVORO A TANTI LAVORATORI PERIODO ESTIVO SQUADRE DI CONTROLLO SOLDI SPESI BENE OGGI MILIONI DI DANNI IN FUMO POI SI DICE NON CE LAVORO RIFLETTIAMO DIAMO RISPOSTE NON ETICHETTE LAVORO LAVORO A TANTI LAVORATORI? ANNI SESSANTA BACCARO IL CAPO CANTIERE DEI LAVORI Rispondi a carmine48

  • lorenzo sciascia ha scritto il 14 luglio 2020 alle 13:39 :

    Complimenti per averci dato una finestra di storia vissuta paesana, io mi ricordo da bambino che vedevo in lontananza dopo la mietitura i fuochi accesi per bruciare la stoppia, abitavo alle tre fontane e si vedeva tutta la pianura che come una scacchiera brucivava in una maniera controllata grazie Rispondi a lorenzo sciascia

Altri articoli
Gli articoli più letti