Perché non vogliamo la "Matria"

Non si tratta di cambiare le parole, vanno bene quelle già esistenti, ma cercare di capire quello che ci unisce all’altro, ciò che possiamo condividere, ciò in cui ci possiamo riconoscere e rispecchiare

Giacinto Lombardi Arte e Pensieri
Minervino - lunedì 26 agosto 2019
Parcheggiatore abusivo
Parcheggiatore abusivo © n.c.

Sono attaccato alle parole che hanno una storia, radici nel cuore, nella lingua, nella cultura di un popolo. Patria è un nome completo maschile e femminile, legato al concetto di madrepatria e non solo al concetto di padre e padre della patria, contiene l’amore e la passione per la propria terra, la propria lingua, la propria storia; contiene il riconoscersi come parte di un tutto che non è solo origine ma anche tradizioni, valori condivisi, passioni, sofferenze, vittorie, sconfitte e tutto il dramma e la gloria di un popolo. In nome della patria, la sua unità, la sua difesa, il suo riscatto, il suo onore schiere di uomini hanno versato il loro genio e il loro sangue, trasformare una terra nullius (terra di nessuno), come era l’Italia 3000 anni fa, dove ognuno veniva e si accomodava come poteva confliggendo poi furiosamente col vicino villaggio o la contigua città stato, in una unità “di terra, di lingua e di altare” è stata un’opera mitica di pensiero, giustizia, sentimenti, opere, lotte e sacrifici nutrita da un’idea di grandezza e di unità, di visione del mondo e di passione, di speranze di un futuro migliore, di desiderio di appartenenza a una civiltà migliore e più grande a cui è stato dato il nome di patria. Pensiamo alla Guerra Sociale (91-88 a.C.) in cui gli alleati italici si ribellarono a Roma per ottenere la cittadinanza romana, una guerra sanguinosa per far parte di una nazione più grande, per uscire dal “particulare”, superare la logica delle alleanze e sentirsi cittadini di una sola patria. E che dire della tristezza e della nostalgia di Dante, Petrarca, Foscolo, Leopardi davanti allo spettacolo di una patria divisa, debole, oggetto delle mire espansioniste di popoli guerrieri ma incolti che calpestavano in armi il sacro suolo della patria? L’identità dei popoli si è costruita intorno al concetto di patria quale idea di nazione e nostalgia di una terra madre che riconosce il figlio e ne onora la memoria.

Oggi, malgrado la fiera opposizione di quasi tutti, critici e lettori, Michela Murgia insiste sul cambiare nome alle cose riproponendo matria al posto di patria e trovando nell’Espresso ingiusto spazio per sparare fastidiose facezie. Colpiscono concetti semplificanti come “le parole non sono mai state solo parole, ma dispositivi di controllo e dunque di potere”, frase emblematica che dichiara la vera ragione per cui lei vuole cambiare le parole, ma in realtà le parole sono molto di più che controllo e potere, sono anelli di catene infinite che tengono unito il mondo, sono il senso delle cose per l’inquieto animo umano alla ricerca di senso, contengono storie di sogni, realtà, illusioni, progetti, grandi opere e tante disfatte ma da cui si è usciti fortificati e temprati per nuove fide e nuove imprese. Eliminare parole ricche di storia per introdurre neologismi senza storia significa spezzare quei legami per introdurre il vuoto, per indebolire la mente, la matria della Michela Murgia ci riporta alla terra nullius, al tempo in cui chiunque veniva, si stanziava e continuava a fare quello faceva, a parlare la sua lingua, a ricreare il ghetto da cui proveniva, oppure alle grandi migrazioni di massa di fine Ottocento quando bastimenti di italiani sbarcavano ad Ellis Island per ricreare poi ghetti di emarginati che stavano sempre tra loro, parlavano un inglese assurdo, si vantavano di ottenere successo, in realtà il mondo degli Yenkee li disprezzava come incivili e mafiosi ma forse loro avevano l’illusione di essere accolti. Il concetto di matria, secondo la Murgia, dovrebbe essere più accogliente e rispettoso delle identità altre, si fonda su una generica appartenenza piuttosto che sull’identità come il concetto di patria. Ma non è così semplice, sia perché la mamma è madre solo dei suoi figli, è lei la prima a dire “prima ai figli mei”, e non è detto che le donne siano più accoglienti degli uomini verso lo straniero, vi sono più stranieri nelle aziende degli uomini che nei negozi delle donne, ma soprattutto perché adesso nessun paese è più terra di nessuno né civiltà in formazione, ogni paese è un organismo adulto, maturo, con un’identità formata e non accetta facilmente grandi diversità sul suo suolo, pensiamo agli zingari, spesso italiani, hanno la cittadinanza, vanno qualche mese nelle scuole italiane ma nessuno fa amicizia con loro, hanno l’appartenenza formale ma non l’integrazione, non sono davvero parte del popolo italiano. L’organismo rigetta il corpo estraneo o ciò che riconosce come tale, l’accoglienza e l’integrazione non si fanno col concetto di matria, chi arriva in Europa spera in qualcosa di più che un posto di posteggiatore abusivo da contendere a nativi più disperati di loro, spera in una vera integrazione, in una vita simile a quella degli italiani con un lavoro, una casa, l’assistenza malattie, la scuola per i figli, una nuova identità.

Non si tratta di cambiare le parole, vanno bene quelle già esistenti, ma cercare di capire quello che ci unisce all’altro, ciò che possiamo condividere, ciò in cui ci possiamo riconoscere e rispecchiare piuttosto che ciò che ci divide e ci differenzia, capire perché gli esploratori del ‘600 disprezzarono i popoli indigeni ma i viaggiatori del ‘700 li amarono, videro in loro qualcosa della nostra umanità perduta, ebbero la nostalgia della loro libertà e molti conobbero il mal d’Africa, che non era una malattia ma la nostalgia di una condizione di naturalità e di libertà perduta. La forma matria non serve al migrante che cerca emancipazione e integrazione, serve solo all’inetto intellettuale che non può cambiare la realtà e cerca solo di cambiare le parole, serve una nuova patria, sarebbe meglio per loro ammettere in Europa tutti coloro che possono vantare un contratto di lavoro, allora le OMG miliardarie in crociera nel Mediterraneo potrebbero investire i loro soldi in attività produttive per integrare i nuovi arrivati, fornire loro un contratto di lavoro invece di abbandonarli a se stessi e alla pubblica assistenza.

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