Alla ricerca dell’anima del Sud

​“Cera una volta il Sud” titola Marcello Veneziani il suo ultimo articolo su Panorama per raccontare di un Sud iconico ma rivolto al passato, forse stregato da esso ma che in qualche modo lo rende prigioniero del suo mito

Giacinto Lombardi Arte e Pensieri
Minervino - mercoledì 24 luglio 2019
Pizzica
Pizzica © n.c.

“Cera una volta il Sud” titola Marcello Veneziani il suo ultimo articolo su Panorama per raccontare di un Sud iconico ma rivolto al passato, forse stregato da esso ma che in qualche modo lo rende prigioniero del suo mito e incapace di guardare al futuro.

Parla di un Sud come “terra stagionale che esiste solo d’estate quando si popola di emigranti... per il resto il Sud non esiste, non è più presente, solo passato”. Il simbolo che meglio rappresenta questo Sud che piace, diverte a volte affascina ma che non cresce, che perde popolazione, che vede i suoi figli migrare, è, per Veneziani, Renzo Arbore, la sua canzone, il suo mondo il suo revival. Il Sud buono da esportazione con la sua “autoironia, i buoni sentimenti e un pizzico di comicità”.

Arbore, in fondo, è quello che rimane di una grande scuola della rappresentazione teatrale di sé che il Sud ha fatto dagli Anni Cinquanta, dai tempi di Totò e Peppino, dal teatro di Eduardo De Filippo, della comicità popolare di Nino Taranto e dal cui tramonto sorsero gloriose le grandi kermesse della Rai di Arbore da Alto Gradimento, trasmissione radiofonica degli Anni Settanta in cui si formarono i futuri comici degli Anni 80 come Giorgio Bracardi e Mario Marenco insieme a Gianni Boncompagni ideatore e direttore di Non è la Rai, trasmissione cult degli Anni ’90, a Quelli della notte, 60 minuti di comicità esilarante e gag geniali e improvvisate in cui i favolosi Anni Ottanta sapevano ancora prendersi in giro parlando a ruota libera di pubblicità e di qualunque cosa; infine due anni dopo Indietro tutta, due anni 1987 e ’88 di formidabile divertimento con le ragazze coccodé, Nino Frassica, il mago Forest e gli indimenticabili tormentoni Sì, la vita è tutt'un quiz (sigla di apertura), Vengo dopo il tiggì (sigla di chiusura), Pirulì e Cacao Meravigliao.

Era una tv che si prendeva in giro da sola, ironizzava sul quiz, i dibattiti infiniti, la pubblicità e le ragazze seminude senza alcun motivo in ogni trasmissione. Ci dovremmo chiedere come mai oggi comici che concionano stupidaggini, telegiornali faziosi e talk show dell’odio e della banalità non veagano né criticati né ironizzati, tutti si prendono tremendamente sul serio in una televisione degenerata che si sostituisce alla politica, alla giustizia, alla cultura, alla scuola e tutto quanto esiste ma con la violenza della presunzione, del settarismo e dell’ignoranza.

In questo contesto, ha ragione l’autore di Nostalgia degli dei a cercare al Sud l’anima del mondo ma non riesce a comprendere fino in fondo l’immensità di quest’anima, vede lo spirito del Sud “rifugiato nella ricreazione e nel tempo che fu, canta, fa gag e battute... però questa immagine del Sud come luogo del passato, recital di Renzo Arbore, notte della taranta, struscio e controra, conferma che il Sud non è più presente ma ricordo... il Sud è andato via, non è più qualcosa che si oppone al Nord, semmai è diventato il passato del Nord, la versione arcaica del mondo”, un luogo magari dove tornare indietro nel tempo, al sole, alla libertà dei campi, all’immensità del mare, alla spensieratezza dell’infanzia, al seno rassicurante della madre terra, all’amore che non finisce anche quando rampogna, urla e si lamenta.

In questo senso i concerti di Arbore, le gag di Zalone evocano modi di dire, di fare e di cantare di un tempo ormai passato anche se è questo il Sud che piace, quello che non c’è più, che abita i ricordi ma non prospetta l’avvenire, tuttavia, auspica Veneziani, i meridionali possono, facendo di necessità virtù, trasformare una perdita in una risorsa e fare di quel ”c’era una volta” la magia che eleva la realtà a mito, la leggenda capace di trasformare una ”calamità in calamita”.

Per chi abita la Murgia le critiche di Veneziani sembrano pure troppo clementi per un Sud che muore, che tira a campare, che fugge da se stesso ma basta andare in città più promettenti come Andria, Trani o Barletta per accorgersi che c’è vita, gioventù che si è riappropriata dei centri storici e li ha fatti rinascere, giovani che tornano per restare e non solo per le vacanze, persone più soddisfatte della loro città e di se stessi, famiglie ancora unite intorno a un tavolo e bambini che giocano per strada, infine tanti giovani, tante ragazze e ragazzi con tante cose da dirsi nell’età più bella.

Perciò forse il mondo di Renzo Arbore e Checco Zalone, come quello di Eduardo e Totò, non è affatto il passato, rappresenta invece la voce dello spirito di un popolo che resiste al divisionismo della politica e allo scandalismo del telegiornale, alla separazione manichea tra vittime e carnefici, bianchi e neri, maschi e femmine, Nord e Sud... perché la realtà è complessa, ricca di grigi e di chiaroscuri, unitaria come il simbolo del tao. È lo sguardo delle cose che restano, che hanno superato migliaia di anni e ogni sorta di flagello, cose che rimarranno sempre e risorgeranno dalle loro stesse ceneri.

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