8 Marzo tra follie e silenzio

Forse è così o forse no, è questo in realtà il neofemminismo, è la boria dei vincitori, è la paura di perdere qualcosa di “conquiste” illecite non sostenute dall’universalità del diritto ma privilegi concessi

Giacinto Lombardi Arte e Pensieri
Minervino - lunedì 11 marzo 2019
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In realtà tra le vie del paese non si era mai visto un 8 marzo così triste, depresso, incolore quasi ci si vergognasse di una ricorrenza che ha senso solo in TV e in qualche piazza di città stuprata dal mee too in versione Italia sotto il segno del “non una di meno”.

Slogan potenti e terribili “IL CORPO E’ MIO E NON DI QUEL PORCO DI DIO”, tuonano le femministe trasmutando i già forti slogan delle loro mamme “Il corpo è mio, né dello stato né di Dio”, oppure l’altrettanto esplicito “L’utero è mio e lo gestisco io”.

Parole tremende che però avrebbero dovuto dire gli uomini inviati a morire nelle trincee per una patria assente e assassina, oppure in Etiopia a liberare faccette nere che di certo non ce lo avevano chiesto, o ancora in Africa e in Albania a conquistare un Mediterraneo che non voleva proprio essere unificato sotto il segno del fascio e dell’elmetto.

“DIO PATRIA E FAMIGLIA, CHE VITA DE MERDA”, declama la Senatrice Pd Monica Cirinnà sul suo bel cartello dalla donna bendata.

Ecco, anche queste parole avrebbero dovuto dirle i soldati americani spediti in Iraq e Afganistan a massacrare popoli soddisfatti della loro terra e del loro Dio, oppure dovrebbero urlarle i padri separati rinnegati dalla famiglia e derubati anche del necessario per sopravvivere, o dovrebbero dirle bigotti e bizzoche che si sono dati regole che non riescono ad osservare e li costringono a vergognarsi di se stessi e non atei dichiarati che di Dio non se ne fanno niente.

Invece queste cose le dicono le femministe che non sanno niente della guerra, di separazioni deprivanti, di emarginazione sociale e incidenti mortali sul lavoro, di insuccesso scolastico e di totale disconoscimento della propria individualità.

Certo la Cirinnà è stata contesta, qualcuno ha scritto: «Da donna indipendente, emancipata e libera prendo completamente le distanze da ciò che afferma questa signora». E un altro aggiunge: «Sono rimasugli sessantottini, pseudofemministi, che fanno parte delle idee malate di allora, comuni Hippy, cancellazione dell’autorità, il matrimonio è “borghese”, donna di carriera che non deve toccare una pentola, distruggere tutto perché tutto sbagliato, magari reggipetto simbolo della borghesia e amenità del genere….

Forse è così o forse no, è questo in realtà il neofemminismo, è la boria dei vincitori, è la paura di perdere qualcosa di “conquiste” illecite non sostenute dall’universalità del diritto ma privilegi concessi in nome di una parità di fatto che non si ottiene mai perché nessuno la vuole in realtà, nessuno vuole l’uguaglianza in tutto, ciò che si chiede è l’equilibrio della giustizia, il riconoscimento del merito, l’uguaglianza delle regole nella competizione sociale, la libertà individuale nel rispetto della libertà altrui, la ricerca della felicità caricandosi addosso il proprio pezzo del dramma della storia….

Questo 8 marzo è una mistificazione insopportabile, vincitrici della storia che si fanno vittime per prendersi pure il pane dei poveri, un’ideologia totalizzante e divisionista ormai né di destra né di sinistra ma semplicemente falsa ed eversiva.

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