"Dieci Giorni senza mamma", una finestra sul futuro amaro dei papà addolcito dall’ironia.

Se l’arte è anticipazione, il film ci prepara al mondo che verrà, un mondo dove gli uomini saranno schiacciati tra la concorrenza degli stranieri nei lavori manuali e la superiorità femminile nei lavori intellettuali

Giacinto Lombardi Arte e Pensieri
Minervino - martedì 19 febbraio 2019
10 giorni senza mamma
10 giorni senza mamma © n.c.

L’arte muore quando viene asservita a un’idea se pure accettabile su piano sociale. Quando in un film comico, una commedia all’italiana mancano invenzioni sorprendenti, genialate alla Checco Zalone, situazioni limite rese accettabili dalla leggerezza, dalla sorpresa e dalle battute esilaranti, artisticamente il film perde malgrado le buone intenzioni.

Poco di tutto questo si vede nel film di Alessandro Genovesi con Fabio De Luigi e Valentina Lodovini, tuttavia vale la pena parlarne perché forse ci prepara al tempo che verrà.

E’ la storia di un dirigente di una catena di supermercati, la Family Market, dall’aria di perdente e sottomesso, bastonato in azienda dal novellino ambizioso e strafottente, dal grande capo che gli ricorda che l’azienda è come una giungla dove sopravvive il più forte, dalla moglie che lo tratta da imbecille, lo rifiuta a letto e parte con la sorella per una vacanza di 10 giorni a Cuba, irritato dalla figlia adolescente che non vuole parlare con lui dei fatti suoi, provocato dal figlio ribelle e senza regole e financo dalla vecchia colf zoppa e scostante.

Malgrado ciò, De Luigi accetta la sfida di restare da solo con i due figli ingestibili e una bambina di 2 anni che ancora non parla e imparare a fare il mammo, o forse il padre del terzo millennio.

E alla fine ci riuscirà a condizione però di rinunciare ad ogni velleità normativa verso i figli, a sopportare la derisione e la provocazione, a rendersi ridicolo in azienda, a farsi sfottere dalla moglie che si diverte a Cuba non si sa come, a farsi compatire dalla segretaria che assiste impotente alla sua sconfitta ma cerca comunque di sostenerlo.

Alla fine la moglie torna e annuncia giuliva che tornerà a lavorare mentre lui prepara la crostata, nutre la bambina che finalmente ha detto “papà”, si fa aiutare dalla figlia adolescente a cucinare e il pestifero Tito fa i compiti insieme agli altri nella nuova famiglia dall’unità ritrovata.

Se l’arte è anticipazione, il film ci prepara al mondo che verrà, a ciò che sta accadendo, un mondo dove gli uomini saranno schiacciati tra la concorrenza degli stranieri nei lavori manuali e la superiorità femminile nei lavori intellettuali sempre sostenuta da leggi e giornali, un mondo che sostiene le donne nello studio delle scienze ma trascura lo svantaggio scolastico dei maschietti, premia le donne che si dedicano alla famiglia ma non riconosce il ruolo del padre, conta i minuti che i padri stanno in casa ma non parla delle ore trascorse a lavoro e del benessere che portano alla famiglia… i nuovi padri dovranno disinvestire energie e impegno dal lavoro e dalla vita sociale ed accudire i figli.

Il punto è: le donne sono pronte a lasciare il comodo ruolo di mantenute e consegnare lo stipendio al marito che provvede a fare la spesa e pagare le bollette, portare i figli a scuola o in piscina, dalla logopedista o allo stadio, dalla psicologa o dal pediatra e magari aggiustare il rubinetto e dare il bianco alla casa?

L’altra domanda è: noi, come uomini, dobbiamo adattarci a questo andazzo o provare a reagire?

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