"Van Gogh: sulla soglia dell’eternità”, un po' di follia è una benedizione per l'arte

L'arte riempie ogni vuoto dell'anima, la materia osservata e riprodotta non è più materia, è puro spirito, emozione, sguardo sull'infinito

Giacinto Lombardi Arte e Pensieri
Minervino - lunedì 28 gennaio 2019
Van Gogh, autoritratto bendato
Van Gogh, autoritratto bendato © n.c.

Ho visto il film "Van Gogh: sulla soglia dell'eternità" è un film che mantiene ciò che ha promesso. Van Gogh è un mistico che trova nell'arte il sublime che i santi trovano nell'incontro mistico con Dio. L'arte riempie ogni vuoto dell'anima, la materia osservata e riprodotta non è più materia, è puro spirito, emozione, sguardo sull'infinito. Ma la santità è anche dolore, follia, estraniazione dal mondo, emarginazione, ghetto, stigma, insulto. E Vincent Van Gogh li prova tutti, più è intenso è il dolore, più intensa è l'estasi e la consolazione dell'arte. Come un mistico e un ispirato ha il senso della sua missione, se Dio gli ha dato il dono della pittura vuol dire che dipingere in quel modo è il suo compito sulla terra e non importa la sofferenza e l'incomprensione che ne deriva, se non vende un quadro è "perché sono nato troppo presto, dipingo per le future generazioni", c'era un altro uomo, un filosofo, suo coevo, che scriveva come un artista e che aveva la stessa percezione di sé: "Sono venuto troppo presto", aveva scritto, quel filosofo era Nietzsche e come lui andava in giro per l'Europa in cerca di ispirazione e conobbe l'orrida esperienza del manicomio. L'angoscia dell'artista incompreso che sa di dover fare una rivoluzione a costo della sua salute mentale, è un dramma ricorrente del secondo Ottocento, l'età cosiddetta del Decadentismo.

Ma la storia di Van Gogh è anche tragedia, riguarda l’ineluttabile, la necessità che incombe sovrana sulla vita umana, riguarda l’eternità dell’essere, l’essenza più profonda dell’essere umano, che quando si disvela piega le vite al suo servizio, induce l’essere ad obbedirle per non morire e trovare pace solo al suo servizio donando allo schiavo d’amore l’ebbra illusione della libertà e forse l’arte è il punto in cui libertà e obbedienza si uniscono e si confondono.

Un destino che può chiedere tutto, anche il gesto tragico come il taglio dell’orecchio che il pittore si infligge per punirsi o per somatizzare un dolore spirituale ancora più angoscioso di quello fisico.

E tragica è anche la sua fine trafitto da un proiettile di pistola sparato forse dai soliti bulli che lo tormentavano ma che lui non vorrà mai denunciare.

Muore così a soli 37 anni nel pieno della sua creatività più fertile e geniale.

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