La 5 ferite dell’anima, per una nuova interpretazione del peccato originale.

Nel corso dell’esistenza siamo soggetti principalmente a 5 traumi: Rifiuto, Abbandono, Umiliazione, Tradimento, Ingiustizia per far fronte ai quali e attenuare la sofferenza che ne deriva, indossiamo delle maschere

Giacinto Lombardi Arte e Pensieri
Minervino - lunedì 14 gennaio 2019
Adamo ed Eva
Adamo ed Eva © n.c.

Il bello di leggere “Le 5 ferite e come guarirle” di Lise Bourbeau è il linguaggio semplice e avvincente che lo sostiene per cui non si è mai di fronte a termini o fraseologie inusuali e incomprensibili tuttavia ciò che più affascina è il quadro teorico in cui il dramma umano è inserito.

Richiama il famoso mito platonico di Er, siamo noi che scegliamo la vita che vogliamo vivere già prima della nascita e lo facciamo per un motivo: affrontare e superare ataviche ferite subite in vite precedenti, è come se ricevessimo un compito che non riguarda però solo il singolo nascituro ma l’intera umanità che in ogni essere umano si rappresenta.

Nel corso dell’esistenza, e in particolare durante l’infanzia, siamo soggetti principalmente a 5 traumi: Rifiuto, Abbandono, Umiliazione, Tradimento, Ingiustizia per far fronte ai quali e attenuare la sofferenza che ne deriva, indossiamo delle maschere che diventano poi il nostro stile di vita, il modo in cui ci rappresentiamo agli altri.

Al rifiuto reagiamo con la maschera del fuggitivo, all’abbandono con la dipendenza, all’umiliazione con l’atteggiamento del masochista, al tradimento con quello del controllore, all’ingiustizia con La rigidità del carattere.

Ognuno di noi, tuttavia, è predisposto a subirne solo alcuni, anzi sembra che se li cerchi, che li attiri a sé perchè possa imparare a combattere e superarne le conseguenze.

Ne consegue che il fuggitivo, colui che non riesce a tenersi una fidanzata, a stare in un solo posto, a radicarsi e perseguire i suoi fini, che si scoraggia facilmente, che crede di rifiutare gli altri ma in realtà è lui che si sente rifiutato, che ha un fisico esile e instabile, in realtà è un bambino che si è sentito rifiutato perché quello era il suo destino: rivivere mille volte il trauma del rifiuto fino a quando non fosse riuscito a superarlo.

Il rifiutato interpreterà tutto come un rifiuto della sua persona: un rimprovero, un brutto voto, una delusione, una sconfitta, la fine di un rapporto… non saranno per lui un’inguiusitzia, un imprevisto, un errore, un caso, normali contraddizioni dell’esistenza umana ma un rifiuto, un ennesimo rifiuto che dimostra la sua inadeguatezza in ogni cosa, la sua indegnità, il suo non diritto ad esistere e nei casi più gravi potrà elaborare pensieri suicidi determinati più che da disperazione quanto dal non senso di esistere. Nei casi meno gravi potrà trovare conforto nella fede, nella poesia o nell’arte. I rifiutati fuggitivi tendono a fuggire nello spiritualismo e molti intellettuali afflitti da crisi di senso o in fuga in improbabili paradisi artificiali o realtà utopistiche, piuttosto che accettare l’imperfezione umana e impegnarsi al servizio della realtà, sono tipici espressione del rifiuto e della maschera del fuggitivo. Nei casi più gravi non compensati il soggetto può diventare border line, bipolare, autistico, affetto da sindrome di Asperger.

Il dramma del rifiutato emergerà particolarmente in campo affettivo e sessuale dove sperimenta l’idea, che alcuni chiamano programma come fosse un software installato nel cervello, di essere indegni della persona amata perciò fuggono, non si dichiarano, aspettano che sia l’altro a farsi avanti oppure ripiegano su qualcuno più facile ma che non ameranno mai veramente è perché proietteranno sull’altro il loro senso di rifiuto e di insufficienza ritenendolo inadeguato, indegno, insufficiente e da cui cercheranno sempre di fuggire.

Alla nostra riflessione, però, il rifiuto appare come la più ancestrale e profonda ferita dell’intera umanità codificata nel DNA di ogni essere e resa esplicita nella cacciata dal paradiso terrestre, nella punizione dell’androgino separato in due dall’ira di Zeus e condannato a cercare inutilmente la metà mancante, il fuggitivo infatti spesso si sente incompleto, mancante, separato da se stesso.

Da sempre miti e favole ci parlano del rifiuto, pensiamo a Hansel e Gretel, lo stesso Pinocchio condannato dalla sua diversità, incapace di andare a scuola, sempre in giro come un vagabondo ma salvato soltanto dall’amore incondizionato del suo creatore e dall’intervento soprannaturale della fata Turchina, solo continue prove di amore incondizionato convincono Pinocchio di essere degno d’amore e quindi di essere umano e diventare bambino perché ciò che connota l’essere umano non è più l’aristotelica razionalità che può essere anche usata in maniera indegna come in certe dittature, bensì la capacità di amare e di essere amati, negare all’uomo possibilità di essere amati significa negare la sua umanità.

Il mito del peccato originale ci dice che da sempre l’uomo si sente indegno del paradiso terrestre, cioè della felicità in terra, perché è nato male, votato al peccato e al delitto, è nato, come predica il calvinismo, segnato dalla depravazione totale, cioè corrotto nello spirito e votato al male. Tuttavia visto nell’ottica delle 5 ferite, il peccato originale appare come un’occasione per l’umanità per sconfiggere il trauma del rifiuto e del senso di indegnità che ne deriva.

A tale dramma, per esempio, i Bambini di Dio rispondono col famoso motto “Dio ti ama”, il Cristianesimo ha visto nel sacrificio di Cristo il segno dell’amore divino verso l’uomo quindi la certezza che l’uomo è sempre degno di amore. Più precisamente si può dire che l’uomo attraverso il mito ebraico del peccato originale prende coscienza ed accetta il trauma del rifiuto ma non lo supera perché Dio rimane sempre un giudice implacabile e irraggiungibile all’uomo. Il Cristianesimo, col sacrificio di Cristo, offre all’uomo la salvezza, tuttavia è una salvezza che riguarda la vita ultraterrena, Cristo non promette la felicità in terra e tale salvezza richiede una virtù difficilmente raggiungibile in questa vita. L’angoscia del rifiuto e dell’indegnità non sono risolti per cui la coscienza europea deve continuare a cercare, Lutero risolve il problema del peccato attraverso la salvezza per sola fede, non è l’uomo che si salva con la sua improbabile virtù poiché il peccato originale lo ha irrimediabilmente inquinato e volto al male, ma è Dio che salva, ciò che conta è affidarsi completamente alla sua misericordia, paradossalmente però la rassicurazione luterana non basta alla coscienza riformata per cui Calvino dirà che la redenzione è limitata agli eletti e chi è eletto sarà salvato indipendentemente dalla sua volontà o impegno, ciò che l’uomo può fare è impegnarsi nella società, nel rispetto delle leggi e del lavoro, il successo sociale sarà il segno della sua elezione.

Per cui anche il Protestantesimo non risolve quella che Hegel chiamerà la coscienza infelice.

Sarà dunque la coscienza laica a individuare un’altra strada per sfuggire all’angoscia dell’indegnità dell’uomo di fronte alla sua stessa coscienza, saranno perciò Leopardi con la sua “uman catena” e Schopenhauer con la sua compassione ed ascesi a ricordare all’uomo che la sua condizione esistenziale è condizione di dolore intrinseco al suo destino e che l’unica soluzione è riconoscersi come parte dell’intera comunità dolente e quindi unirsi spiritualmente alla sofferenza umana in un abbraccio solidale e consolatorio che non nega il dolore ma lo accoglie e lo consola.

La risposta laica al rifiuto appare così come un sollevarsi al di sopra del proprio ego e abbracciare in uno sguardo tutta la realtà dolente dell’uomo esule in una patria non sua e talvolta arida e ostile.

Bisogna però svuotare il cielo, vagolare nell’universo senza meta né punti fissi nell’universo infinito ma vuoto e senza appigli a cui agganciarsi, vedersi come anime perse nel vuoto insieme a miliardi di anime disperate per comprendere che l’unico appiglio è la mano di un altro perché ogni essere è capace di amore e degno di amore e quindi tutti possono donare un approdo all’anima perduta.

La Bourdeau, tuttavia, non giunge a queste conclusioni, per lei è importante accettare la propria condizione, comprendere e prendere coscienza delle proprie ferite ed ammettere che tutto ciò che accade accadde per una ragione e la ragione dei propri traumi e delle maschere assunte per non soffrire è di trovare una via di uscita, in questo modo la ferita diviene una risorsa, una ricchezza, la via della propria redenzione.

Altri articoli
Gli articoli più letti